La cultura imprenditoriale di fronte alla sfida degli attacchi informatici.
A volte, è necessario sfatare verità percepite che non corrispondono alla realtà dei fatti. Troppo spesso ciò che appare vero nelle nostre credenze viene smentito non solo dalle statistiche e dalle analisi, ma dalle voci della cronaca quotidiana.
Le PMI sono il bersaglio ideale per gli attacchi dei criminali informatici. “Non siamo la NASA! A chi vuoi che interessino i nostri dati..”. Risposta: a nessuno, interessano solo a te e ai clienti, che te li hanno forniti all’interno di normali relazioni commerciali e di partnership. Questo i criminali informatici lo sanno benissimo. Per questo si infilano nella rete della tua azienda e rimangono silenti in media per 280 giorni: perché studiano i processi produttivi, analizzano i flussi finanziari, sottraggono poco a poco le informazioni e i documenti. Poi criptano i tuoi dati, bloccano l’operatività dell’azienda per giorni o settimane, richiedono veri e propri riscatti, creano danni economici immediati ed altri ben più gravi di reputazione e di continuità, a medio lungo periodo.
Consapevolezza, formazione e un piano di risposta agli incidenti sono gli strumenti indispensabili che devono far parte della dotazione di base di un imprenditore nell’era digitale. Non è questione di preparare una difesa efficace e neppure di prevenire un possibile rischio ma di agire prima che il problema si presenti. Perché lo scenario più probabile non è legato al se ma al quando… La PMI rappresenta il 90% dell’ossatura produttiva del nostro Paese, rendendolo unico in Europa. Non è realistico credere che i cybercriminali si concentreranno sul 10% fatto di grandi aziende e multinazionali, con ingenti capacità di investimento in sistemi di protezione della rete interna e sofisticati firewall contro le intromissioni esterne.
Le maggiori vulnerabilità sono legate al binomio uomo-tecnologia, messo alla prova dal lavoro di tutti i giorni: lo scambio di email che richiedono il clic su un link malevolo, il mancato aggiornamento di un programma o di un software, perché comporta una perdita di tempo. Sono queste le principali porte d’accesso attraverso cui gli attacchi trovano facile breccia: per l’84% dei casi, dicono le statistiche più aggiornate.
Non scegliere, decidere di guardare altrove, non adeguare le competenze e i processi interni: questo è ancora l’atteggiamento di coloro che non hanno l’abitudine a valutare i danni economici e reputazionali, che un cyberattacco può produrre alla loro comunità di lavoro. Va coperto un gap che è principalmente culturale, più che tecnologico e tecnico. È un percorso indispensabile per reggere e condurre la sfida della transizione digitale, nella quale la cybersecurity definisce le forti mura del castello da presidiare.

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