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Fare sistema nell’era degli algoritmi

Le start up come motore del cambiamento e della continuità per le PMI

Marco Benatti ha all’attivo oltre 100 start up ed è stato pioniere in diversi contesti. Ha innovato sia applicando nuove tecnologie, sia realizzando modelli economici differenti da quelli ritenuti unici e
vincenti. Oggi è presidente di Virtual Land, società che coniuga Intelligenza Artificiale e creatività
umana.

Fare rete per creare un ecosistema di aziende e attività che operano in sinergia è la costante che ho visto riproporsi sempre per chi fa start up. Molte volte, quando ho deciso di avvicinarmi ad un nuovo mercato, ho aperto tre, quattro società con competenze diverse e integrate. Altre volte ho potuto mettere a sistema attività fino a quel momento impegnate in settori contigui, che potevano crescere e sviluppare un nuovo modello grazie all’intuizione di prodotto o di servizio che avevo immaginato.

Un’idea non è mai giusta quando parte, ma quando approda sul mercato, nel contesto in cui si innesta o che contribuisce a creare. Realizzare una start up significa innanzitutto immaginare le sinergie possibili e i vantaggi che altri possono trarre.

Spesso l’opportunità deriva dalla tecnologia, di cui si intuisce l’applicazione capace di risolvere una necessità, semplificare un processo o superare una barriera. Bisogna sempre considerare che il progresso tecnologico accelera e corre molto velocemente, mentre la cultura aziendale procede con un altro ritmo. Da questo gap dipende la reattività e l’innovazione di cui è capace un settore, un Paese, una società. Bisogna essere pronti e bravi a spiegare perché il nuovo sia meglio di ciò che è in essere, che vantaggi porta e creare così una narrazione che diventi patrimonio comune e conoscenza diffusa.

Più della genialità e della fortuna, che alimentano la fama delle start up d’oltreoceano, in Italia per consolidare un business innovativo e concreto serve un forte pensiero sistemico. Nella mia esperienza, uno dei fattori di successo è certamente la capacità di ascolto dei collaboratori, la valorizzazione delle loro intuizioni e l’empatia, ma è condizione indispensabile che nelle emergenze… il leader assuma su di sé la capacità di decidere. L’altro elemento fondamentale è l’attenzione al conto economico, al fatturato del mese e dell’anno: le proiezioni finanziarie a medio-lungo termine rappresentano spesso la trappola in cui cadono diversi startupper.

Gli imprenditori intuiscono sempre qual è la priorità da affrontare per garantire continuità nel tempo alla loro azienda. Questa capacità di mettere a fuoco la necessità principale deve ispirare in particolare le start up, che vogliono produrre un cambiamento reale. Applicare nuove tecnologie a vecchi concetti è sbagliato, l’ho provato in prima persona. Il segreto è condividere i vantaggi e crescere insieme al distretto di business nel quale l’attività si posiziona: una tecnologia da sola difficilmente si può affermare oppure servono tempi eccessivamente lunghi. Tutto da soli è impossibile, anche con grandi investimenti.

A mio parere, le start up che oggi possono produrre un cambiamento potente sono per lo più nell’ambito biotech, edutech e ambiente-sostenibilità. L’Intelligenza Artificiale, fin da ora, e la blockchain, nel medio termine, sono le tecnologie determinanti e trasformative.

Dobbiamo riporre la nostra fiducia nei giovani, nella loro capacità di sviluppo del lavoro e delle relazioni, nella creazione di una cultura diffusa sull’innovazione digitale. Innestati nel contesto di PMI consolidate, possono dare una spinta o addirittura una svolta all’attività e non lasciare che tutti gli investimenti e la conoscenza prodotti si esauriscano.

C’è una grande sfida che l’Italia può cogliere con la sua storia d’impresa: nutrire il futuro secondo i parametri del lavoro a misura d’uomo e del suo territorio, del rispetto e dell’eccellenza negli obiettivi. Coniugare ogni tecnologia con umanità e bellezza potrebbe permetterci di tornare ad avere un ruolo di guida nella cultura mondiale.


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