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L’intelligenza spirituale per gestire il cambiamento

Porre le domande fondamentali per centrare persone e aziende rispetto ai tempi che stiamo vivendo.

Padre Natale Brescianini è un monaco benedettino, che impegna da anni la sua vita a supporto delle aziende, trasferendo i principi della Regola di San Benedetto nelle organizzazioni produttive.
Aiuta i gruppi a trovare le giuste soluzioni per intendere il lavoro come strumento per ampliare le prospettive e gestire sé stessi in maniera efficace all’interno di comunità umane professionali.

Far fiorire la persona è l’obiettivo che ogni processo educativo tende a realizzare. La formazione in azienda è un momento fondamentale di questo percorso ed è parte determinante della responsabilità sociale dell’imprenditore quale leader di una comunità umana che si aggrega sulla cultura condivisa, la conoscenza tecnica e produttiva, al servizio non solo del profitto aziendale, ma del bene di individui e territori. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiarificato il concetto di benessere come la capacità di una persona di vivere quante più situazioni positive possibili. In perfetto accordo con l’articolo 4 della nostra Costituzione che definisce il lavoro quale attività che contribuisce alla crescita materiale o spirituale della società. È necessario riappropriarsi del significato di questi dettami.

Da parte mia ho scelto decenni addietro di essere monaco, parola che ha nella sua etimologia la radice “monos”, uno, ovverosia persona unificata attraverso le relazioni, le attitudini e le esperienze. Alla base della Regola Benedettina – ora et labora – vi è la profonda dedizione al fare, al lavoro nella sua accezione ampia di ricerca e condivisione dei risultati, capaci di generare vantaggi per l’individuo e per le sue comunità di appartenenza. Ma anche la consapevolezza che noi diventiamo le parole che usiamo e che ascoltiamo.

Le aziende sono crocevia di relazioni, di scambi di competenze, materie prime e servizi, di sinergia di ruoli e processi. L’intelligenza spirituale che serve oggi all’impresa è la capacità di cambiare prospettiva. Non ha nulla a che fare con la religiosità e ispira la domanda prima della risposta. Più alto è il livello a cui ci si interroga, più profonda sarà la riflessione, più precisa la decisione, più condivisa l’innovazione. L’imprenditore diviene leader nel momento in cui abitua sé stesso e i suoi collaboratori a porre domande capaci di migliorare il senso professionale e personale che hanno di sé, bloccare l’affanno che troppo spesso attanaglia il lavoro e ampliare il respiro dell’azienda quale comunità umana produttiva.

Attenzione: persone centrate non è sinonimo di persone al centro. Quest’ultima è più una questione organizzativa, che migliora il coinvolgimento e l’efficienza di chi mette le sue abilità a disposizione dell’impresa, ma non affronta la necessità cruciale di gestire sé stessi all’interno di un cambiamento epocale in atto. Costruire una comunità aziendale centrata significa porre il presupposto perché il lavoro sia buono, fatto per (il) bene, ovverosia motivo di benessere per gli individui, le loro cerchie e i territori, grazie alle domande che permettono di scoprire il senso del proprio fare. Il lavoro buono è quello che permette di vivere il contesto aziendale, sentendo di essere soci nel senso etimologico del termine, parte di una società in equilibrio tra libertà economica, di azione e di pensiero, partecipazione delle diverse capacità individuali alla visione condivisa e ai risultati che la concretizzano.

L’intelligenza spirituale permette di valorizzare l’eccedenza umana, quella parte senziente e relazionale, che le macchine e le intelligenze artificiali non arriveranno mai a colmare. Mente e cuore, capacità intellettuali e chiarezza di pensiero amplificate da un profondo senso di sé e del proprio esistere qui e ora.

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