MANDARE A LAVORARE O PORTARE AL LAVORO
Esiste un modo facile ed è trovare qualcuno che ricopra una mansione. E ce n’è un altro più impegnativo: cercare la persona giusta per l’azienda. Federico Campiotti, National Key Account Talenti Agenzia per il Lavoro, li distingue con una frase secca: “Ogni ricerca la puoi affrontare in due modi: ho bisogno di questo, trovamelo, oppure ho questa necessità, tu cosa faresti?”. Il primo non delude nessuno nell’immediato. Il secondo obbliga a discutere prima di rispondere e, a volte, a dire che la strada indicata non è quella giusta. È tutta qui la differenza tra un fornitore e un interlocutore. La ragione per cui vale la pena scegliere la via faticosa sta in un dettaglio che il linguaggio professionale spesso nasconde: “Si parla di competenze, quando in realtà ci sono i portatori di competenze, che sono le persone”. Una competenza si cerca a catalogo. Una persona si incontra. E chi tiene insieme le due dimensioni scopre che il mestiere non è colmare una casella in un organigramma, ma attivare qualcosa che riguarda una vita intera.
Da questa convinzione nasce l’investimento preciso fatto da Talenti Agenzia per il Lavoro: una scuola dei mestieri per chi esce dagli istituti tecnici e non ha ancora trovato la propria strada. Ma il punto non è insegnare una tecnica. “Non è tanto il luogo dove imparo un mestiere, ma dove capisco come stare nel mestiere, in un ecosistema sociale e professionale che fino ad un mese prima non sapevo neanche cosa fosse”. È una distinzione che ogni imprenditore riconosce: si può essere ottimi tecnici e pessimi colleghi. Per questo accanto alla manualità ci sono moduli di orientamento e comportamento. Le imprese ricevono persone consapevoli di dove stanno entrando, e i ragazzi scoprono “che con un po’ di buona volontà possono costruire una vita, mantenere la propria futura famiglia, aprire un mutuo e sentirsi riusciti”. Il lavoro torna ad essere ciò che è sempre stato: la forma concreta attraverso cui una persona entra nel mondo degli adulti.
Questa consapevolezza, per Federico non è arrivata subito. Nel 2013 il lavoro era vendere, nel modo corretto, senza porsi troppe domande. Poi un pomeriggio, su un taxi verso il centro direzionale di Napoli, il tassista gli racconta di un figlio ventenne che fa l’elettricista in nero, pagato poco. Federico ha una richiesta aperta proprio su quel territorio, per quel tipo di profilo. Il ragazzo viene inserito e si attiva una relazione con quella famiglia che dura anni. “Lì ho scoperto che dietro al mio lavoro ci sono persone, ci sono storie di persone, ci sono necessità. Ho visto per la prima volta l’altra faccia della medaglia”. Fino a quel momento lo schema era lineare: il cliente chiede, si consegna, si fattura. Da quel giorno la stessa attività assume un peso diverso. Perché aver capito cosa significhi, in certe situazioni, avere un contratto regolare non consente più di tornare indietro. L’etica professionale non si adotta per delibera: matura insieme a chi la esercita.
Resta la domanda che interessa ogni impresa: tutto questo è sostenibile? La risposta non separa mai i due piani. “Qualunque organizzazione deve avere una responsabilità sociale d’impresa: se ne parla, è normata, ci sono i bilanci. Ma un conto è scriverla su carta, un conto è metterla in campo tutti i giorni”. La sostenibilità dichiarata è un adempimento, quella praticata è un metodo di lavoro. E consiste nel far capire alle aziende che l’obiettivo si raggiunge anche per strade differenti: “Se con un percorso nuovo si costruisce un valore intangibile – che poi in realtà è più tangibile di tutto il resto – allora siamo davanti a reali casi di successo”. Le imprese hanno fretta e devono produrre risultati: è corretto. Ma a volte basta un’ora di conversazione in più per impostare le cose diversamente. È lì che si misura la differenza tra mandare una persona a lavorare e aiutarla ad andare a lavorare nel luogo migliore e nel modo migliore. La prima opzione chiude un ordine. La seconda attiva una vita, consolida un’impresa, restituisce qualcosa a un territorio. E solo una delle due produce effetti quando il contratto è finito.








