Intervista a Matteo Rimoldi

INDOVINA CHI | Intervista a Matteo Rimoldi, Vito Rimoldi S.p.A.

È GIÀ ARRIVATO QUEL MOMENTO

È un alternarsi continuo di riflessioni a cui seguono parole, trascinate dalla forza dell’entusiasmo. Matteo Rimoldi racconta l’attimo preciso in cui suo padre Claudio è entrato in camera, sei mesi prima della laurea, con un’idea che cambiava i progetti che avevano fatto insieme. C’era un’opportunità in azienda, un software di pianificazione avanzata da implementare, perfetta come primo approccio al mondo del lavoro per lui che stava terminando la magistrale in Manufacturing Strategy. Avevano sempre immaginato che le prime esperienze lavorative sarebbero state fuori dai capannoni e dagli uffici della Vito Rimoldi S.p.A., fondata dal nonno. Invece, adesso, poteva essere diverso. “Sono rimasto un attimo così: era già arrivato quel momento e cosa significava mi passava tutto negli occhi.”

Entrare nell’azienda di famiglia viene spesso raccontato come un destino, un passaggio di consegne annunciato fin dalla nascita. Ma nella storia di Matteo c’è qualcosa di diverso, di prezioso per lui, per la famiglia e forse anche per l’azienda: la consapevolezza che quel momento avrebbe potuto anche non arrivare mai. Perché, come per tutti, davanti ci sono sempre altre strade, tutte percorribili, tutte legittime.

“I miei genitori mi hanno sempre lasciato libero di decidere. Qualsiasi cosa avessi deciso di fare, loro mi sarebbero venuti dietro”. Questa frase racchiude il privilegio più grande che una famiglia di imprenditori possa concedere a un figlio: la libertà di scegliere. Non l’obbligo mascherato da opportunità, non la pressione silenziosa delle aspettative, ma la genuina possibilità di dire no. Matteo avrebbe potuto giocare a calcio a livello professionistico – il Varese lo aveva contattato alla fine della terza media. Avrebbe potuto studiare musica al conservatorio: la chitarra è la sua passione. Avrebbe potuto percorrere e disegnare altre vie. E invece ha detto sì all’azienda. Ma quel sì aveva un peso specifico diverso, perché poggiava sulla consapevolezza. “La mia famiglia mi ha dato sempre la libertà di scegliere. Ad una condizione: qualunque cosa fosse, ci avrei dovuto mettere il 100%. Ho scelto e non ho mai abusato di questa libertà”

L’ingresso ufficiale è a gennaio 2023, dopo la laurea in ingegneria gestionale alla LIUC di Castellanza. Il piano è chiaro: un inserimento graduale e ragionato, dove poter applicare la conoscenza di studi specifici. Ma l’azienda ha i suoi tempi, le sue urgenze. Dopo otto ore – otto ore esatte – il piano cambia. La ragazza che si occupa dell’organizzazione e della pianificazione della produzione si è dimessa, va all’estero. “Avevo capito da subito che era una posizione complessa. Tante variabili da considerare, un impegno continuo a valutare tantissimi aspetti, tecnici, commerciali e umani”. Il giorno dopo, convocazione in sala riunioni: cambio di prospettiva e nuovo incarico. “Sono stato buttato in una piscina senza braccioli”. Questo è il mestiere dell’imprenditore. Oltre la teoria, non l’affiancamento protetto, ma l’urgenza che ti costringe a diventare operativo in un mese. “Penso sia una delle cose più formative in assoluto che ho affrontato. Non è stato facile. Ma è stato vero”.

La storia è appena iniziata. L’energia che si sprigiona dalla parole di Matteo lascia intendere che durerà a lungo. Ma è interessante tornare per un attimo, prima che abbia inizio, per comprendere come le buone narrazioni nascono da migliori presupposti. Matteo è in terza liceo, partecipa all’evento aziendale annuale. Sente suo padre parlare di «lasciare qualcosa di bello, che l’azienda possa durare mille anni». Non dice “lasciare a Matteo”, non dice “a Gaia” (ndr. la sorella). Dice a «chi arriva dopo». Questa visione colpisce Matteo profondamente. Perché non è la visione di un padre che vuole trasmettere un patrimonio ai figli. È la visione di un imprenditore che sta costruendo qualcosa di più grande di sé, di più grande della famiglia. E questo libera. Libera dall’obbligo, dall’aspettativa, dal lasciarsi definire dalla sola performance. E al tempo stesso responsabilizza.

“Se decidi di entrare, lo fai per costruire qualcosa di bello e che possa durare mille anni, non per gestire l’eredità”. È questa la grande lezione che emerge dalla storia di Matteo: la transizione generazionale funziona quando non è imposizione ma ispirazione. Quando i figli entrano in azienda perché vedono una visione che li appassiona, non perché devono rispondere ad un’aspettativa. Non è stato il senso del dovere a portare Matteo in azienda. È stato il senso della possibilità. E questa è la chiave: preparare il terreno, trasmettere la visione, dare la libertà.

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