Intervista a Paolo Ramazzotti

INDOVINA CHI | Intervista Paolo Ramazzotti, Owner Tensa Industrial Design

HO GIOCATO TANTO CON IL LEGO

Insicuro, irrequieto, inquieto. Non è tanto la descrizione di un ragazzino alle prese con un’adolescenza difficile, ma il terreno fertile in cui spesso germoglia la creatività. È sicuramente l’ecosistema di sensazioni che contraddistingue un giovane Paolo, alla ricerca della sua strada professionale. “Non avevo le idee chiare. Mio padre era progettista meccanico: … boh ci provo”. Segue le orme sul sentiero conosciuto, ma al primo bivio devia subito per capire le dinamiche e i processi delle aziende, il ruolo del designer.

Tanti posti di lavoro significano tante esperienze da vivere, tante decisioni da prendere, tante opzioni tra cui scegliere. Se l’aeronautica pare attrarlo, è solo per un momento. Le automobili invece diventano il terreno di conquista. Disegna componenti, progetta soluzioni ma il senso che gli manchi sempre qualcosa è lì, continuamente a pungolarlo. La realizzazione di ciò che immagina è la sirena che lo chiama a gran voce. La Lamborghini gli offre l’opportunità di mettersi in gioco. Firma il contratto, ma non attraversa mai la porta della fabbrica di Sant’Agata Bolognese.

Qualche chilometro più a sud invece è Rimini ha pronta per lui la prima vera casa. Lo studio Ugolini Design è una fucina di talenti e un’officina creativa. Lavora come se l’azienda fosse sua, con l’entusiasmo che solo le vere passioni sanno produrre. Qualche anno e viene mandato a dirigere la sede milanese appena aperta, sulla scorta dei successi ottenuti nella casa madre romagnola. Forse inizia qui la vera storia di Paolo Ramazzotti e di Tensa, lo studio di industrial design nel quale negli ultimi vent’anni mette tutto sé stesso.

“Cosa faccio per davvero? Provo a capire cosa cerca il cliente, perché le idee spesso sono confuse. Immagino il percorso per ottenere il risultato migliore, poi ho attorno a me ragazzi bravi e preparati che sanno mettere a terra il progetto”. È la sensibilità che conquista i clienti, quell’attenzione alla parte meno romantica del lavoro creativo, tutta votata alla possibilità di produrre, di far diventare business l’idea schizzata sul foglio. L’originalità della sua proposta sta avvitata in maniera indissolubile in quell’irrequietezza giovanile, che oggi lo guida nella ricerca dell’anima delle cose, degli oggetti e dei dettagli capaci di essere belli e funzionali. Merito del Lego, dell’abitudine a incastrare pezzi diversi, avendo negli occhi e nella mente un progetto finito.

“La mancanza di senso pratico nelle aziende è colpa delle competenze che in questi ultimi anni sono state demandate all’esterno. Investimento, mercati, tecnologia e tanto senso pratico: le persone dell’azienda devono essere allineate su questi parametri”. Come a dire che il primo design da curare è quello della sostenibilità dell’idea e del business: ancora una volta visione e immaginazione, come mattoncini colorati, devono accoppiarsi con concretezza e realizzabilità.

Proiettare nell’oggi quello che si vedrà domani. Immaginare un prodotto prima che sia lì, sul tavolo, non è una cosa semplice, di pura fantasia: serve metodo, applicazione, abitudine e il continuo esercizio a rimettersi in gioco ogni volta che si inizia un nuovo progetto. “Il prodotto bisogna vederlo nella testa, girarlo da tutti i lati, sapere cosa e come si muove nello spazio”. Montare e smontare, per rifare meglio.

Com’è abituato solo chi ha passato i suoi migliori anni con il Lego.

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