Intervista a Silvia Polleri

INDOVINA CHI | Intervista a Silvia Polleri, Fondatrice e Presidente Cooperativa Sociale Onlus ABC - La Sapienza in Tavola

SI PUÒ FARE

“I nuovi mondi si possono scoprire da pioniere o da pirata”. Silvia Polleri, Fondatrice e Presidente Cooperativa Sociale Onlus ABC La Sapienza in tavola, ha una sintesi verbale e di pensiero unica. Le sue frasi sembrano costruite per imprimersi nella memoria e lasciarvi un timbro emotivo, insieme al significato concreto. Niente di quello che dice appare secondario, come se spendere una parola fosse un impegno definitivo, irrinunciabile e dal quale nulla giustifichi un tornare indietro. Il ricordo dell’assemblea annuale di giugno è ancora vivido. Sul palco Mario Calabresi, giornalista del gotha italiano e figlio di una vita dolorosa e insanguinata, insieme a lei, l’educatrice di scuola materna che dopo 22 anni di insegnamento nell’hinterland milanese si sposta in carcere, a Bollate, per affrontare una sfida che nel 2003 pare un’allucinazione. “Nella vita ci può essere riparazione. Detenuto è un’attributo: dietro c’è la persona. Dare l’opportunità di apprendere e praticare un lavoro altamente qualificato, come quello della ristorazione, permette di non perdere le tracce di umanità”.

Come questo percorso si sia disegnato fino a rendere il ristorante “InGalera” l’unica esperienza enogastronomica all’interno di un carcere europeo e di essere recensito persino dal New York Times, non solo come esperimento sociale di recupero, ma per la qualità del cibo e del servizio, è il miracolo che Silvia ha realizzato insieme ai direttori della prigione che applica con metodo le misure alternative durante la detenzione. “Per tutti noi è la vendetta: la chiamiamo così la pratica con la quale induciamo le persone ad entrare in carcere, prenderne coscienza ed occuparsene”.

Le sfaccettature sono molte e somigliano tutte alle parole che Silvia utilizza: nessuna è lasciata appesa al nulla dell’indifferenza, tutte portano con sé la ragione chiara, grazie alla quale le cose avvengono. Da quando ha iniziato a lavorare in carcere, Silvia dice di aver scoperto perché il corpo sia simmetrico: per poter reggere carichi diversi ma equivalenti. Da un lato le storie di speranza e la prospettiva che persone e lavoro siano i paradigmi del futuro, dall’altro la consapevolezza che chi si ha davanti ha trasgredito alle regole della società e provocato danno, a volte irreparabile.

A bilanciare il tutto, una strategia precisa e una visione che travalica l’impegno stesso di dare un curriculum forte ai detenuti, per la maggior parte di lunga pena. “L’attività di educatrice nelle materne e il gestore delle attività di ristorazione del carcere di Bollate sono molto meno lontane di quello che si possa immaginare. È l’attenzione al PuerHomo che le lega ovverosia il prendersi cura del bambino che c’è dentro ciascuno di noi”. Divisa con giacca bianca, bottoni d’oro e guanti per significare a tutti quanti che il «bon ton» in prigione non è solo forma, ma può divenire sostanza su cui costruire la propria seconda opportunità di mettersi alla prova e far sì che fuori dalle mura di cemento armato del carcere e del pregiudizio qualcuno quella opportunità la renda concreta.

Silvia ha deciso di essere la prima a mettersi in gioco, di condividere la sua attività nella cucina e nel catering per la buona borghesia milanese e di creare un ponte fatto di gusto e di bellezza, di cultura e di formazione tra le persone detenute e il mondo esterno. “Il ristorante è solo l’ultimo tassello. Prima c’è stato il catering in case private e per eventi aziendali. Vi lascio immaginare cosa abbiamo dovuto inventarci, anche solo a livello logistico, per spostare fuori dal carcere un gruppo di detenuti e introdurli in situazioni di alto livello sociale”.

La storia di Silvia sembra risolvere l’equazione di Dirac, considerata la più “bella” della fisica quantistica, quella branca della scienza che descrive il comportamento della materia nelle sue relazioni con le parti che la compongono. «Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come distinti, ma in qualche modo diventano un unico sistema. Quello che accade ad uno di loro continua a influenzare l’altro, anche se distante chilometri o anni luce».

È la forza potente della cultura, della speranza e dell’amore, che Silvia trasporta ogni giorno nella sua vita, fuori e dentro dal carcere. È l’azione continua dell’umanità che non viene dispersa e che in ogni situazione, anche la più dura e disperata, permette di avere una certezza: riparare, si può fare.

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