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Le associazioni: un modello tutto europeo

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La storia delle arti e dei mestieri tra mutua assistenza e difesa degli interessi di categoria.

È l’anno 1000. I timori apocalittici, che si accompagnano ad ogni giro di millennio, stanno facendo sentire la loro eco dall’isola d’Inghilterra fino alla penisola italica. Le unità nazionali sono ben lontane dal realizzarsi, ma l’umanità sta provando ad organizzare una nuova convivenza e una diversa socialità. Alcuni villaggi crescono di dimensione e scoprono che quante più persone convivono in uno stesso borgo tante maggiori esigenze (ed opportunità) si manifestano.

Arti e mestieri nascono per rispondere alle necessità quotidiane di una comunità, che poco alla volta si sta emancipando da un’economia di stretta sussistenza ad una basata sulla produzione dei beni indispensabili, che il commercio avrebbe reso disponibili attraverso la mediazione dei mercanti all’interno delle città e nei contadi circostanti.

In quei tempi, l’unione faceva per davvero la forza. I rischi legati a morti premature in guerra, a incidenti sul lavoro, alla privazione delle materie prime e degli strumenti da lavoro per scorrerie, ruberie e faide tra famiglie, erano all’ordine del giorno. Nascono così le gilde, veri e propri patti di assistenza tra gli aderenti, che regolano gli accidenti e le offese e che rapidamente si consolidano tra praticanti dello stesso mestiere, per proteggere persone e approvvigionamenti, sulla base delle comuni esperienze.

Per tutto il Medioevo, “arti e mestieri” si sviluppano come espressioni non tanto degli interessi economici ma delle capacità tecniche, creative e produttive, che nell’Italia del 1400 danno origine alle Corporazioni di 7 Arti Maggiori e di 14 Minori. Alla base della volontà associativa vengono posti i valori che nel corso della storia ne diverranno la contraddizione principale: regolare la qualità del lavoro e definire l’importanza sociale dell’opera.

Sta qui in buona sostanza la relazione, in cerca di un equilibrio stabile, tra professioni e società civile. La difesa degli interessi di categoria, insieme all’assistenza e alla previdenza interna, si accompagna all’influenza economica e politica rispetto alle decisioni dei governi.

In Italia la particolarità è ancora maggiore a causa delle identità territoriali e della frammentazione campanilistica di città, regioni e aree produttive. Il fare associazione costituisce un vero e proprio modello attraverso il quale il Vecchio Continente cerca dei correttivi e delle compensazioni alla sempre più rilevante logica del profitto privato, che il liberismo ricerca ed esalta, mentre il marxismo e il comunitarismo stigmatizzano e combattono.

Dal tempo dei collegia dell’antica Roma agli enti di mutuo soccorso e alle opere pie, dagli ordini professionali alle casse previdenziali, alle società operaie e ai sindacati, lo sviluppo dell’associazionismo affianca fino ai giorni nostri la storia religiosa, sociale, economica e politica dei Paesi prima e delle varie forme comunitarie poi. L’interesse specifico spesso è stato elemento trainante per successive aggregazioni sia transnazionali sia locali.

Le diverse stagioni della storia hanno visto l’imporsi di modelli prevalentemente assistenziali ad altri basati sulle rivendicazioni professionali, l’alternarsi di relazioni e inversioni di forza tra Stato e associazioni, l’emergere di concertazioni più o meno costrette da interessi specifici e il loro impatto su quelli comuni. Vi è però una costante positiva nel modello europeo delle associazioni: la rappresentanza di una pluralità di punti di vista, capace di generare un confronto aperto, motore per le trasformazioni in essere e al tempo stesso àncora per quei valori etici e culturali, grazie ai quali l’Europa, pur in mezzo a mille traversie e sbandamenti, può ancora rappresentare un punto di riferimento per le decisioni cruciali, che il mondo globalizzato deve assumere.

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