Le città della conoscenza

ANTENNA | Articolo "Le città della conoscenza"

Il sapere al centro di un modello di sviluppo di grande tradizione

La Storia ci insegna che geopolitica, innovazione e conoscenza non sono mai elementi separati e neppure solo correlati l’uno all’altro. Sono contesti funzionali allo sviluppo delle comunità umane e definiscono, ieri come oggi, una trama sociale indispensabile per cogliere opportunità, se non addirittura per crearne.

Quasi 1000 anni fa, il Comune di Bologna si accorse che la crescita della città si realizzava ben oltre la volontà e la pianificazione dei reggenti. Il motivo era da individuarsi nella via Francigena, che univa il centro Europa a Roma e, da qui, a Gerusalemme lungo un percorso mistico e religioso. Il cammino portava ad un incremento del traffico non solo dei pellegrini, ma anche dei mercanti che provvedevano alle loro necessità. Bologna era la tappa ultima prima dello slancio finale verso la tomba dell’Apostolo Pietro. Dentro le mura della città fiorì ogni genere di attività, dall’ospitalità al commercio. Queste relazioni portarono alla necessità di regolare, secondo il diritto romano allora vigente, gli scambi che crescevano per numero e tipologia, dando vita a situazioni che richiedevano un aggiornamento continuo delle norme e della conoscenza di chi era preposto alla decisione.

Irnerio, vescovo della città e insigne giurista, colse il fermento culturale ed economico, capì quanto questo potesse essere un volano per lo sviluppo della città in una situazione politica connotata dalla rivalità tra papato e impero e diede impulso alla creazione di un centro di studi giuridici, che consolidasse la centralità di Bologna. Alma Mater Studiorum – madre e nutrice degli studi: nasce così la prima università e nello stesso tempo la prima città che intorno alla conoscenza disegna il suo presente e il suo futuro. Era il 1088. Ancora oggi l’Università di Bologna è un punto di riferimento internazionale a cui guardano studiosi, accademici, industriali e politici di tutto il mondo. Parleremo presto di quali benefici generi essere città universitaria: per ora teniamo l’attenzione sul connubio tra il sapere e il saper fare.

Molte aree del nostro Paese sembrano connotate da una specie di predisposizione genetica a determinate attività manifatturiere, artigianali, di ricerca in ambiti specifici. In realtà sono il frutto di conoscenze teoriche, tecniche, di lavorazioni e materie prime, di esperienze che per generazioni si sono consolidate nel passaggio di testimone all’interno di famiglie e di comunità via via più allargate. Costituiscono una ricchezza inestimabile che, come al tempo di Irnerio, ha bisogno di essere innovata costantemente per mantenere viva, efficiente e produttiva l’influenza sul saper fare, di cui gli imprenditori sono i primi detentori.

Ecco allora che la relazione tra territori, centri di studio e imprese ridefinisce un patto atavico, indispensabile per immaginare il proprio futuro e non subirlo. La contaminazione tra persone, mestieri e conoscenze può nuovamente essere il fulcro e il motore di opportunità, nel solco di una tradizione tutta italiana di valorizzazione commerciale e umana, pur in tempi sempre più veloci e complessi.

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