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L’economia dell’attenzione

ANTENNA | Articolo "L'economia dell'attenzione"

Algoritmi, infosfera e libero arbitrio

Il tempo è uno dei più importanti parametri per valutare le attività in cui siamo impegnati. La velocità nelle decisioni e nelle risposte, così come la tempestività nella ricerca di informazioni utili, rappresentano oggi uno dei principali fattori competitivi. Da quando Virgilio richiamava l’attenzione dei suoi antichi lettori sul “tempus fugit” fino all’anglosassone “il tempo è denaro”, ore, minuti e secondi hanno acquisito per tutti noi un valore umano ed economico determinante. Su questa rara e preziosa materia prima della nostra vita, il mondo digitale – web, social network e intelligenza artificiale – ha costruito il suo modello di business e affina la cosiddetta economia dell’attenzione, fatta di risparmio, ottimizzazione e presidio del tempo.

Il report annuale di We Are Social rivela che nell’ecosistema del web sono attivi oltre 5 miliardi di profili social e quasi 2 miliardi di siti, che si contendono l’attenzione di 5,61 miliardi di utenti unici collegati via mobile con un tempo medio di permanenza online quotidiano di 6 ore e 40 minuti, di cui 2 ore e 23 minuti trascorsi sui social network. L’infrastruttura della rete garantisce, grazie alla fibra e alle connessioni satellitari, un flusso stabile ed enorme di dati. Ma sono gli algoritmi i filtri che tracciano la nostra presenza ed esperienza online, ci propongono gli argomenti e i prodotti che sono più compatibili con quanto sanno di noi e che più ci assomiglia. Lo fanno su base computazionale, ovverosia un calcolo statistico sofisticato, con finalità predittiva, utile cioè a definire (o a creare…) il nostro maggior interesse.

Questo processo, che si realizza in qualche frazione di secondo, diviene il nostro sistema di reperimento delle informazioni, di verifica del contesto in cui sviluppiamo scelte e compiamo decisioni personali e professionali.

Lo scambio che avviene è tacito e a volte inconsapevole: nutriamo gli algoritmi con informazioni personali perché ci rendano conoscenza utile con la massima efficienza possibile e il minor investimento di tempo necessario. Gli esperti le chiamano filter bubbles: bolle di filtraggio, la cui rete è a maglia sempre più stretta, quante più informazioni coerenti forniamo. Il risultato è la creazione di una infosfera, la zona di comfort nella quale ci sentiamo a nostro agio, in cui troviamo conferma delle nostre idee e che il mondo digitale ci aiuta a consolidare. Tutto bene a patto che ci sia consapevolezza sul funzionamento e sul ruolo degli algoritmi, che nel creare la nostra bolla ci precludono una conoscenza più ampia, completa e stimolante. È questo il punto cruciale, il momento in cui dobbiamo dimostrare che la tecnologia è al servizio dell’Uomo e non lo sostituisce.

Rompere lo schema è possibile. Incrementare il numero di variabili che gli algoritmi devono considerare è necessario per garantirci una visione più ampia degli scenari che sono di nostro interesse: seguire sui social network profili con gusti e idee differenti dai nostri, interessarci a temi e consultare fonti che non corrispondono alle visioni e certezze che ci sono proprie. Insomma, inserire nel nostro ecosistema digitale i presupposti per esprimere la nostra indipendenza di pensiero e ricevere dalla realtà online degli output più vari e meno consueti. Senza perdere di vista il confronto reale, le occasioni di approfondimento, le tavole rotonde, gli incontri e i convegni, che rappresentano sempre il più semplice e potente strumento per preservare la nostra libertà e capacità critica.

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