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Tra mediazione e rappresentanza

ANTENNA | Tra mediazione e rappresentanza

Il ruolo delle associazioni nella società contemporanea.

Viviamo l’Era della rapidità. Sembra che tutto acceleri e la velocità, regolata sulle strade, è premiata nei processi decisionali, quasi elevata a soft skill capace di definire la capacità o la fatica nel tenere il ritmo delle trasformazioni. Qualunque elemento ostacoli o rallenti la corsa dello sviluppo infinito e della crescita perenne pare oggi essere il nemico giurato del progresso.

Non è sempre stato così. La democrazia presuppone il dialogo, che richiede il tempo necessario al confronto, alla riflessione, al fluire organizzato di pensieri e parole. La democrazia si incentra sul concetto di rappresentanza e sul valore della responsabilità, con l’obiettivo ultimo di creare benessere per i cittadini, che esprimono la propria volontà sovrana, nominando delegati con il mandato di “rappresentarne gli interessi”. E siamo giunti al punto. La moderna sociologia ha visto realizzarsi numerosi studi sulla cosiddetta teoria dei gruppi”, all’interno dei quali un ruolo fondamentale viene assegnato alle associazioni, confederazioni, enti.

Può risultare arduo e semplicistico sintetizzare ricerche e dottrine, che spiegano il presente e la sua complessità, fatta di situazioni frammentate, difficili da ricondurre ad una visione unitaria. Proviamo a fissare alcuni punti fermi. L’articolo 2 della Costituzione Italiana sancisce che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (…)”. La forma associativa è dunque presentata come il normale aggregarsi degli individui in comunità organizzate. Lo scopo è alto e nobile: proteggere e integrare la persona nei suoi rapporti con lo Stato.

Sono troppe e troppo articolate per essere trattate qui le forme di organizzazione che la storia ci ha lasciato: dai partiti ai sindacati, dalle associazioni di categoria alle consulte territoriali. Possiamo però riassumere due principi che si sono affermati: la sussidiarietà e…”la sindrome del girasole”.

Il primo determina come organizzazioni di grande dimensione (lo Stato ad esempio) non debbano ostacolare, ma anzi sostenere e incentivare organizzazioni più piccole, capaci di operare per un interesse specifico. Ritorna qui il concetto di interesse, fondamentale nelle teorie dei gruppi: tutti si aggregano intorno alla rappresentanza di un interesse particolare. Resta da dire rispetto al principio di sussidiarietà, che esso sta alla base della dottrina sociale della Chiesa – espressione determinante dell’approccio pluralista, al pari dell’associazionismo liberale e socialista. L’intervento diretto di ben 5 papi, dal 1891 al 2015, con un intervallo massimo di 40 anni tra un richiamo e l’altro, l’ha ribadito e definito.

La “sindrome del girasole” evoca invece la competizione che i diversi gruppi ingaggiano tra loro per avere visibilità presso le sedi del potere. È l’elemento che sta mandando in crisi i cosiddetti corpi intermedi, la cui ragion d’essere dipende dalla mediazione o dalla rappresentanza che esercitano. E qui torniamo alla rapidità introdotta in apertura: il dialogo invece che come supporto viene percepito come ostacolo alla performance sociale, tecnologica o legislativa.

Quale futuro quindi per le formazioni sociali organizzate? Sul tavolo di studiosi, ricercatori e analisti vi sono diverse opzioni per dare un domani a quella naturale predisposizione e diritto ad associarsi. Il nostro contributo passa dal considerare centrale la mediazione tra persona e società, nel rappresentare quegli interessi intangibili, che proteggono l’individuo dalla velocità disinteressata al benessere, concentrata sul solo profitto: i valori che garantiscono la piena espressione personale e professionale di imprenditori, manager e liberi professionisti.

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