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Umanizzare la tecnologia: la scelta corretta

ANTENNA | Umanizzare la tecnologia: la scelta corretta

Rendere i principi e le norme morali comprensibili alle macchine: l’orizzonte dell’algoretica

La lingua italiana è materia viva, in cui grammatica e sintassi fungono da ossatura, mentre le parole innervano gli scritti, i dialoghi e i dibattiti, che ne rappresentano il corpo robusto. Negli ultimi 5 anni, a fianco alla lingua tradizionale, se ne sta affermando una nuova, definita dall’Accademia della Crusca – massima autorità nazionale in campo linguistico – “italiano digitale”. È un codice, che rilascia termini suggestivi, a volte criptici, che entrano a far parte della comunicazione di gruppi ristretti, per poi contaminare la società civile e impiantarsi nelle abitudini e nelle conoscenze di molti.

È questo il caso di algoretica, per definizione della Crusca “parola macedonia formata da algor, abbreviazione di algoritmo, – l‘insieme di regole per la risoluzione di un calcolo numerico e per estensione metodo o procedimento matematico per la risoluzione di un problema – ed etica – il complesso delle norme morali e di comportamento pubblico e privato proprie di un individuo o di un gruppo.”

Nel 2018, l’ing. Paolo Benanti, frate francescano del Terzo Ordine Regolare e docente di Teologia morale e Bioetica alla Pontificia Università Gregoriana, recentemente nominato dal governo alla guida della Commissione sull’Intelligenza Artificiale e dall’ONU come membro nel Gruppo Consultivo sull’AI, all’interno del suo libro “Oracoli. Tra algoretica e algocrazia” per la prima volta introduce questo termine, che tanto è destinato a far discutere. Definisce infatti un paradigma finora sconosciuto e determinante in una società basata sulla massiccia applicazione degli algoritmi: si rende infatti necessario uno studio dei problemi etici e dei risvolti sociali, politici, economici e organizzativi, che derivano dall’uso sempre maggiore delle tecnologie informatiche e dell’intelligenza artificiale tra tutte.

Le applicazioni pratiche degli algoritmi sono oggi preminenti nella nostra quotidianità: dalla regolazione del traffico attraverso la rete semaforica, alla gestione delle liste dei trapianti di organi, dalle transazioni finanziarie alla geolocalizzazione, alle interrogazioni sui motori di ricerca. Gli algoritmi sono gli strumenti invisibili nascosti dietro l’interfaccia di app e programmi che usiamo giornalmente. In un articolo per il Corriere della Sera, Benanti traccia in maniera chiara la strada del servizio che si appresta a esprimere in Italia e per la comunità internazionale: “Abbiamo bisogno di un’algor-etica, ovvero di un modo che renda computabili le valutazioni di bene e di male. Solo in questo modo potremo creare macchine che possono farsi strumenti di umanizzazione del mondo. Dobbiamo codificare principi e norme etiche in un linguaggio comprensibile e utilizzabile dalle macchine. Perché quella delle AI sia una rivoluzione che porta a un autentico sviluppo, è tempo di pensare un’algor-etica”.

Non si tratta di filosofia e ancor meno di riflessioni teologiche o religiose. È una premura e un’urgenza indispensabile, che ci permette di guidare lo sviluppo e le accelerazioni tecnologiche dei prossimi anni, mantenendo l’uomo centrale nei processi produttivi, informativi e di relazione. È una questione di cultura che permea la società e l’impresa, di cui tutti dobbiamo avere coscienza. Perché è grazie a questa che rimarremo gli unici decisori, capaci di scegliere sulla base dei criteri del bello, del buono, del giusto e del vero, senza demandare e abdicare alla capacità di calcolo predittivo delle macchine.

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